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giovedì 1 aprile 2021

Italya

Italya
Storie di ebrei, storia italiana
di Germano Maifreda
pp. 352, € 24,00
Laterza, 2021
ISBN: 9788858143896
 
Dalla raffinata corte dei Gonzaga al ghetto di Venezia; dal Piemonte sabaudo alla Sicilia risorgimentale; dalla curia papale ai porti e alle botteghe: in queste pagine rivive un vero e proprio caleidoscopio di storie di ogni giorno, che hanno come protagonisti donne e uomini ebrei. Troveremo banchieri e sovrane, imperatori e gioiellieri, esorcisti e poetesse, librai e massoni, parlamentari, pittori, ciarlatani e musicisti. Storie di ebrei, tutte parte di un’unica, sorprendente, storia italiana.
La maggior parte degli italiani non è abituata a pensare alla lunga storia del proprio Paese (tra Medioevo e Rinascimento, Controriforma e Risorgimento) anche come storia degli ebrei che pure, fin dall’epoca romana, lo abitarono ininterrottamente. Né, al contrario, la vitalissima storia ebraica nella nostra penisola è di solito concepita come parte integrante della storia italiana: la si pensa piuttosto come la parabola speciale di una minoranza emarginata, isolata, perseguitata; passiva di fronte agli eventi della ‘Grande storia’ o colpita in negativo da essi in ondate ininterrotte di antisemitismo. Germano Maifreda rovescia questo paradigma, sostenendo che conoscere la storia degli ebrei è indispensabile per capire la storia d’Italia nel suo complesso. Ripercorrendo, anche tramite documenti inediti, tante vicende piccole e grandi nell’arco di diversi secoli, l’autore dimostra che il passato italiano nei diversi ambiti (politico, economico, sociale, culturale, religioso) può essere visto con occhi nuovi se si tiene conto dell’azione costruttiva di donne e uomini ebrei; nonché delle influenze reciproche e delle tante forme di interazione avvenute tra loro e tutti gli altri abitanti della penisola.
Germano Maifreda è professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano.Tra le sue più recenti pubblicazioni: From Oikonomia to Political Economy: Constructing Economic Knowledge from the Renaissance to the Scientific Revolution (Ashgate 2012); I denari dell’inquisitore. Affari e giustizia di fede nell’Italia moderna (Einaudi 2014, edizione inglese Routledge2017); L’eretico che salvò la Chiesa. Il cardinale Giovanni Morone e le origini della Controriforma (con Massimo Firpo, Einaudi 2019). Per Laterza è autore di Io dirò la verità. Il processo a Giordano Bruno (2018).

lunedì 15 febbraio 2021

I grandi personaggi che hanno cambiato l’Italia del Medioevo

I grandi personaggi che hanno cambiato l’Italia del Medioevo
Un viaggio nel Medioevo italiano, attraverso i personaggi che ne furono protagonisti
di Andrea Antonioli
pp. 576, € 12,90
Newton Compton, 2021
ISBN: 9788822733757
 
Il Medioevo, quello tradizionalmente compreso tra la fine del V e la fine del XV secolo, deve essere visto come un periodo molto più positivo di quel che si è creduto per tanto tempo. Ne sono stati protagonisti sovrani, principi, condottieri, filosofi, letterati, santi e pontefici, le cui vite e gesta questo saggio si propone di far rivivere. Una delle caratteristiche più significative e affascinanti del Medioevo visto attraverso i suoi uomini e le sue donne più celebri, è l’apparizione di nuove figure di eroi, anche femminili: la donna ha infatti potuto conoscere una condizione diversa, superiore a quella di ogni altro essere umano, quella della santità, che stabilì in un certo senso una sorta di uguaglianza tra i sessi. Un viaggio affascinante nel Medioevo, che fa rivivere al lettore le avventurose storie di chi ne ha plasmato, nel bene e nel male, il carattere.

Andrea Antonioli è un archeologo, uno storico e un museologo romagnolo, esperto di etruscologia e civiltà protostoriche. Ha condotto ricerche specifiche sul Medioevo e sul Rinascimento e ha progettato e coordinato l’allestimento del Museo Renzi, del quale è direttore, e organizza e cura mostre, convegni ed eventi culturali. Collabora con importanti istituzioni culturali ed è autore e curatore di articoli, guide e saggi, tra cui: Gli Etruschi in Romagna, Alle origini della civiltà etrusca, Ramberto Malatesta. Mente sublime & Anima oscura, Il Museo e Biblioteca Don Francesco Renzi. Storia personaggi avvenimenti, Garibaldi nelle terre del Rubicone, Una rosa per Anita. Il tributo della Romagna ad Anita Garibaldi, Da Palladio al Palladianesimo. Architettura d’imitazione tra Uso e Rubicone. Con la Newton ha già pubblicato Il secolo d’oro del Rinascimento e Cesare Borgia. Il principe in maschera nera.

mercoledì 1 luglio 2020

Savonarola

Savonarola
di Marco Pellegrini
pp. 372, € 25,00
Salerno Editrice, 2020
ISBN: 978-88-6973-393-2
 
In un mondo come quello odierno, in cui le religioni sono tornate ad essere forza motrice di rivoluzioni politiche e sociali, il “caso Savonarola” appare più che mai emblematico.
Si tratta di un ‘comunicatore’ rinascimentale e del suo tentativo di trasformare una città “corrotta” come la Firenze medicea in una Repubblica di santi, avanguardia della rigenerazione dell’intero mondo cristiano. Giovandosi di una ricchissima tradizione di ricerche, la presente biografia ripercorre in chiave aggiornata la controversa vicenda del Frate che pagò con la vita la sua sfida alla Roma di papa Alessandro VI Borgia.
Lasciando aperto l’interrogativo sulla santità o l’impostura del personaggio, l’autore presenta con scrupolo di obiettività e con ampie citazioni documentarie la figura di un visionario che salì alla ribalta della grande storia.
In un crescendo di rivelazioni e moniti dal pulpito, Savonarola sfruttò spregiudicatamente la sua reputazione di uomo di Dio per elevare Firenze a nuova Gerusalemme, patria di un popolo rinnovato nei costumi e nelle istituzioni. Impose austerità e utilizzò la propaganda, ma si astenne dal fondare la sua riforma sulla violenza. Si attirò per questo il biasimo di Machiavelli, che nel rogo su cui il predicatore salì nel maggio 1498, vide il destino di qualsiasi profeta disarmato.
Le ragioni del suo tragico fallimento, destinato a lasciare una traccia durevole sulla coscienza cristiana di Firenze e non solo, sono qui ripercorse alla luce della storia generale dell’Italia di fine Quattrocento, di cui l’autore è tra i maggiori esperti sulla scena internazionale.
Marco Pellegrini insegna Storia moderna e Storia rinascimentale all’Università di Bergamo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo, Guerra santa contro i turchi (2015) e Le guerre d’Italia. (1494-1559) (2017).

domenica 1 marzo 2020

I nemici degli Italiani

I nemici degli Italiani
di Amedo Feniello
con la partecipazione di Alessandro Vanoli
pp. 128, € 12,00
Laterza, 2020
ISBN: 9788858140833
 
Galli, Cartaginesi, Unni, Normanni, Turchi, Spagnoli, Francesi, Tedeschi, Americani. Nella storia della nostra Penisola al centro di tutto c’è sempre stato lui: il nemico. E la sua storia racconta meglio di qualunque altra cosa chi siamo stati e come siamo diventati.
Per secoli dalla terra e dal mare i nemici sono arrivati in Italia: Cartaginesi, Vandali, Unni, Arabi, Normanni, Turchi, Spagnoli, Austriaci…un elenco che sembra infinito. Ogni epoca ha avuto il suo, di nemico. Pronto a invadere il nostro Paese, a conquistarlo, a saccheggiarlo, a tiranneggiarlo per poi insediarcisi e sfruttare le sue ricchezze e le sue bellezze. E in effetti quando arriva il barbaro, il nemico di turno, un mondo finisce e un altro inizia, senza soluzione di continuità. Poi, bisogna aspettare: che i barbari diventino meno barbari, si amalgamino con gli altri e comincino, anche loro, a temere nuovi stranieri. Insomma, ci sono nemici che vanno e altri che vengono, in un susseguirsi secolare dove, ogni volta, il tempo passa e la storia si sedimenta, la paura diventa oblio e ciascuno degli antichi nemici si ritrova a temere nuovi invasori, nuove minacce alle proprie tradizioni e alla propria identità.
Amedeo Feniello insegna Storia medievale all’Università dell’Aquila. Per Laterza ha collaborato alla Storia mondiale dell’Italia (a cura di A. Giardina, 2017) ed è autore, tra l’altro, di Sotto il segno del leone. Storia dell'Italia musulmana (2011), Dalle lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca (2013) e Storia del mondo. Dall’anno 1000 ai giorni nostri (con F. Canale Cama e L. Mascilli Migliorini, 2019).

venerdì 6 settembre 2019

I Gonzaga

I Gonzaga
Una dinastia tra Medioevo e Rinascimento
di Luca Sarzi Amadè
pp. 320, € 22,00
Laterza, 2019
ISBN: 9788858135822

Ago della bilancia nelle intricate vicende italiane, centro di una attività diplomatica raffinatissima e cuore pulsante della vita culturale e delle arti del Rinascimento. Per quasi quattro secoli Mantova è stata una delle capitali d’Europa. I Gonzaga, suoi signori, ne furono i protagonisti.
Pur dominando un territorio limitato e periferico, i Gonzaga sono stati una delle famiglie più importanti d’Europa, protagonisti per secoli della storia italiana. Signori di Mantova, poi marchesi e duchi, si imparentarono con gli Asburgo e annoverarono inoltre nei loro ranghi due imperatrici e una regina di Polonia. La costante promozione delle arti trasformò Mantova in una delle capitali della cultura del Rinascimento. Ai capolavori di Pisanello e Mantegna si aggiunsero nei secoli le meraviglie della Celeste Galleria e i prodigi della musica e del teatro. La cerchia letteraria poté contare su nomi come quelli di Boiardo, Ariosto e Baldassarre Castiglione. Ma come è stato possibile per questa casata ritagliarsi una simile posizione nel mondo e conservarla per quasi quattro secoli? Che origini ha avuto? E a cosa fu dovuto tanto successo? Un affresco ricco di sorprese, una storia di guerre e di congiure, una lotta per la sopravvivenza prima e per la supremazia poi, attraverso cui si dipana, come in un racconto, la vicenda dell’Italia dal medioevo delle grandi abbazie sino all’età comunale e ai principati.
Luca Sarzi Amadè, giornalista, ha collaborato tra l’altro con la Rai, “la Repubblica” e “Il Giorno”. Frequenta l’Archivio Gonzaga fin dall’adolescenza. Tra i suoi libri: Milano fuori di mano (Mursia 1987), Milano in periferia (Mursia 1991), Il duca di Sabbioneta. Guerre e amori di un europeo errante (SugarCo 1990 e Mimesis 2013, premio internazionale di letteratura Città di Milano) e il manuale L’antenato nel cassetto (Mimesis 2015), testo di riferimento per le ricerche storico-genealogiche.

domenica 14 luglio 2019

Teoderico. Il re barbaro che immaginò l'Italia

Teoderico. Il re barbaro che immaginò l'Italia
di Carlo Ruta
pp. 144, € 14,00
Edizioni di Storia e studi sociali, 2019
ISBN: 9788899168353
 

Teoderico, re goto in Italia dal 493 al 526, si presenta come una delle figure più forti ed emblematiche dell’Europa tardo-antica. Attraverso la sua vicenda politica egli riesce a rispecchiare la complessità di un’epoca, di transito: disordinata, ambigua, travagliata da radicalismi ma percorsa anche da esperienze di convivenza etnica, di pluralità, di compostezza civile, di decoro urbano e di contagio religioso e culturale. Il re barbaro in questo sommovimento politico, sociale e culturale finì con il generare un modello di Stato che ambiva a spendere con lucida determinazione le eredità del passato mentre inaugurava un tipo di convivenza etnica originale: chiuso e tuttavia plurale, segnato da rigidi protocolli identitari ma in grado di generare, nel concreto delle cose, costumi condivisi. Egli volle essere rappresentante e arbitro di mondi distanti che, senza nulla cedere delle tradizioni cui più tenevano, riuscirono per decenni a eliminare dall’orizzonte civile lo scontro etnico e di religione. Tra i Goti, comunemente di fede ariana, e gli Italici, cattolici, furono tutto sommato tempi di normalità, retti da una misurata concordia. E questo modo di convivenza, freddo ma per tanti versi fecondo, contribuiva a ricomporre nel paese la vita delle città. Lo Stato teodericiano faceva i conti in maniera esemplare con il passato di Roma, assimilandone gli elementi più produttivi, giuridici, economici e tecnico-costruttivi. Si faceva inoltre garante di grandi tradizioni di pensiero, greche ed ellenistiche in particolare, attraverso l’apporto di filosofi e letterati tra i più significativi della tarda antichità. Boezio e Cassiodoro, ministri e consiglieri del re goto, lasciarono eredità decisive sul piano dell’organizzazione dei saperi e, in particolare, della custodia delle classicità, mentre si formava, in disparte, una delle figure più eminenti del mondo cristiano, Benedetto da Norcia, che con la sua Regola avrebbe interagito in maniera feconda con i progetti della tarda maturità di Cassiodoro, fondatore del Vivarium.
Solo negli ultimi anni gli equilibri garantiti da quell’esperimento di governo cominciarono a incrinarsi, per cause legate soprattutto ai rapporti travagliati con l’Impero d’Oriente. Ma anche in quei contesti, i dissidi interni, pur significativi, non produssero nel paese grandi devastazioni. Goti e Romani, ariani e cattolici nel concreto delle città riuscirono a fermarsi, a placare le tensioni e spegnere lo scontro civile che minacciava di erompere, mentre si apriva una fase di intrighi da «basso impero» interpretati da un Senato sempre più travagliato da partigianerie. Era per certi versi l’ultima chiamata alle armi di un’aristocrazia che in larghissima parte aveva smarrito il senso dello Stato. Poi, morto Teoderico nel 526, il regno goto precipitava in una profonda instabilità ed infine, per iniziativa di Costantinopoli, in uno stato di guerra che in un paio di decenni ne avrebbe determinato la fine.

martedì 9 luglio 2019

De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem (Libri I-VII)

De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem (Libri I-VII)
di Albertino Mussato
a cura di Rino Modonutti
pp. XLIV-394, € 58,00
Sismel, 2019
ISBN: 978-88-8450-912-3

Il De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem di Albertino Mussato (1261-1329) si apre col resoconto delle reazioni alla morte dell’imperatore Enrico VII (24 agosto 1313), raccontata con dovizia di particolari a conclusione del De gestis Henrici VII Cesaris. La scomparsa di colui che era stato il protagonista e, in un certo senso, il motore della sua prima prova storiografica non fece quindi venire meno in Mussato il desiderio di narrare gli eventi più significativi del proprio tempo. Quasi senza staccare la penna dal foglio, Albertino, pur fortemente impegnato nell’azione politica, passò così dalla composizione del primo a quella del secondo e più imponente De gestis, che prosegue in quindici libri fino a registrare alcuni accadimenti del giugno 1321. Qui si offre l’edizione criticamente fondata dei libri I-VII, arricchita da note di contestualizzazione e commento, tappa intermedia di un progetto di edizione integrale dell’opera.
Nei primi sette libri del De gestis Italicorum, Mussato narra le turbolente vicende d’Italia (soprattutto dell’Italia centro-settentrionale) dall’agosto 1313 ai primi mesi del 1316, riservando una posizione privilegiata alla sua Padova, impegnata in un logorante conflitto con Cangrande della Scala, destinato a protrarsi tra alti e bassi fino al 1328. La città di Antenore è tormentata al suo interno da tensioni crescenti, che hanno talvolta esiti cruentissimi, come il tumulto dell’aprile 1314: tra i personaggi che si muovono sulla scena cittadina c’è l’autore stesso, che racconta di sé in terza persona; ci sono anche il vescovo Pagano della Torre, dedicatario e interlocutore privilegiato dell’opera, e soprattutto i nobili signori Da Carrara che, sotto l’intelligente guida di Giacomo il Grande, si preparano a giocare un ruolo sempre più importante e decisivo. Ricco e articolatissimo è pure il resoconto della cruciale battaglia di Montecatini del 1315, la magnifica impresa di un altro grande ghibellino di quegli anni, Uguccione della Faggiuola, descritto con finezza di analisi politica e psicologica nella sua quasi irresistibile ascesa. Uno sguardo attento è anche rivolto alle vicende lombarde, che vedono contrapporsi i Guelfi, alla cui guida ricopre una posizione importante la famiglia del dedicatario Pagano, e Matteo Visconti, che va allargando sempre più la sua area di influenza. Di molti di questi «successus rerum» è attore non secondario Roberto d’Angiò, di cui si descrive anche una non fortunata spedizione contro la Sicilia di Federico d’Aragona.
Come già si verifica nel De gestis Henrici, aperto all’insegna di Tito Livio, anche nel De gestis Italicorum Mussato si rivela debitore della tradizione storiografica antica, soprattutto per quanto riguarda i paradigmi di interpretazione morale delle vicende storiche, che risentono in particolare delle riflessioni sallustiane. Ma la storia di Roma, soprattutto della Roma repubblicana, influenza in maniera significativa pure il discorso sulle istituzioni politiche cittadine contemporanee, sul loro funzionamento, sul loro sviluppo e sul loro declino, mentre nella tessitura della prosa del Padovano riemerge più volte la memoria dei poeti antichi.

giovedì 27 giugno 2019

Desiderio

Desiderio
di Stefano Gasparri
pp. 254, € 19,00
Salerno Editrice, 2019
ISBN: 8869733637

Desiderio, ultimo re dei Longobardi, segnò con le sue gesta la storia d'Italia. Ricordato come barbaro, fu l'emblema e l'ultimo fulgore di una civiltà che per due secoli fiorì in Italia e le cui tracce permangono nel patrimonio artistico di città come Brescia, Pavia, Benevento, Salerno. Come duca di Tuscia conquistò il potere, stabilendosi a Brescia nel monastero di San Salvatore, da cui regnò sull'Italia dell'VIII secolo. Durante il suo lungo regno fu prima protetto dai Franchi e difensore del papato, quindi alleato di Carlo Magno, e poi, infine, nemico dei papi e di Carlo. Vinto alle Chiuse di Susa dai Franchi, Desiderio fu assediato a Pavia, finché nel giugno del 774, arresosi, fu rinchiuso nel monastero di Corbie, dove poco dopo morì. Dopo essere stato sconfitto da Carlo Magno, il suo regno fu subordinato a un potere esterno alla penisola italiana, sancendo la nascita della dominazione territoriale della Chiesa di Roma. Si propone una narrazione degli ultimi vent'anni di storia del Regno longobardo diversa da quella scritta dai vincitori della complessa partita che si giocò in Italia nella seconda metà del secolo VIII.
Stefano Gasparri è docente ordinario di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La sua ricerca si è dedicata in prevalenza alle società altomedievali (IV-XI secolo) e in particolare all’Italia longobarda e carolingia. Si è occupato anche della più antica storia di Venezia e ha studiato la cavalleria nelle città italiane centro-settentrionali nei secoli centrali e tardi del Medioevo. Fra i suoi lavori: Voci dai secoli oscuri. Un percorso nelle fonti dell’Alto Medioevo (Carocci, 2018); Tempi barbarici. L’Europa occidentale tra Antichità e Medioevo: 300-900 (con Cristina La Rocca, Carocci, 2017); Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato (Laterza, 2012); Alto Medioevo mediterraneo (curatore, Firenze university press, 2005); Prima delle nazioni. Popoli etnie e regni fra Antichità e Medioevo (Nis, 1997); I milites cittadini. Studi sulla cavalleria in Italia (Isime, 1992); La cultura tradizionale dei Longobardi. Struttura tribale e resistenze pagane (Cisam, 1983).

sabato 23 marzo 2019

Con il senno e con la spada: Il cardinale Albornoz e l’Italia del Trecento

Con il senno e con la spada: Il cardinale Albornoz e l’Italia del Trecento
di Francesco Pirani
pp. , € 20,00
Salerno Editrice, 2019
ISBN: 8869733394
Cardinale, abile diplomatico e instancabile negoziatore, il castigliano Gil Albornoz fu indiscusso protagonista della vita politica italiana fra 1353 e 1367.
Francesco Pirani, anziché proporre una tradizionale biografia, indaga gli ambiti nei quali si precisò la missione albornoziana: sotto il profilo politico, nella costante ostilità verso i Visconti di Milano; in campo militare, in una Penisola invasa da truppe mercenarie europee; come statista, nella vigorosa riconfigurazione dei poteri nello Stato della Chiesa. La sua pragmatica visione del mondo seppe dar vita a soluzioni innovative. Emergono luci e ombre di un’articolata vicenda, complicata dai difficili rapporti con la curia di Avignone, e ricca di fecondi lasciti. Ogni personalità pubblica è figlia e vittima della propria epoca, ma anche artefice di nuove realtà e di future possibilità. In questo ambiguo intreccio risiede in fondo il fascino sottile di ogni indagine.
Francesco Pirani è ricercatore in Storia medievale all'Università di Macerata dal 2009. Nella sua formazione, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia medievale presso l’Università degli Studi di Firenze e si è perfezionato anche all’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli; ha ottenuto il diploma di Archivistica presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica ed Archivistica.
Insegna Storia medievale nel Corso interclasse Beni culturali e Turismo, presso il Dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo.

mercoledì 9 gennaio 2019

Alfonso il Magnanimo

Alfonso il Magnanimo
Il re del Rinascimento che fece di Napoli la capitale del Mediterraneo
di Giuseppe Caridi
pp. 376, € 25,00
Salerno Editrice, 2019
ISBN: 978-88-6973-340-6

Succeduto nel 1416, all’età di 20 anni, al padre Fer­dinando I al vertice della Corona d’Aragona, Alfonso V nel 1420 si recò a Napoli su richiesta della regina Giovanna II, che, priva di prole, lo adottò e gli assi­curò la successione al suo regno, a condizione che le prestasse aiuto contro il rivale Luigi III d’Angiò. Dopo tre anni, tuttavia, la volubile sovrana revocò l’adozione e il re d’Aragona ritornò in Spagna per risolvere i contrasti che nel frattempo erano insorti tra i suoi fratelli e il re di Castiglia, Giovanni II. Nel 1435, dopo la morte della regina Giovanna, parteci­pò contro Renato d’Angiò alla guerra di successio­ne al trono di Napoli, che riuscì a conquistare nel 1442. Per consolidare quel trono Alfonso prese parte alle guerre che fino alla pace di Lodi del 1454 impe­gnarono i diversi potentati italiani, proseguendo tut­tavia poi a combattere con la repubblica di Genova, i cui mercanti erano i principali concorrenti dei suoi sudditi catalani nel Mediterraneo.
Napoli divenne di fatto la capitale dei domini di Alfonso che, grazie al mecenatismo con cui accolse gli uomini di cultura, fece della sua corte un im­portante centro del Rinascimento italiano. Per la sua liberalità gli umanisti gli attribuirono l’appellativo di Magnanimo.
Controversi furono i rapporti con il papato, che gli contendeva l’alta sovranità sul Mezzogiorno d’Italia. Esortato ripetutamente a rientrare in patria, il sovrano, fino alla morte avvenuta nel 1458, malgrado l’impe­gno assunto non si allontanò più dal regno di Napoli, in cui vi erano i principali affetti familiari – i figli na­turali e i nipoti – e soprattutto una giovane nobildon­na, Lucrezia d’Alagno, della quale si era innamorato.
Giuseppe Caridi  insegna Storia moderna all’Università di Messina. Studioso del Mezzogiorno dal Basso Medioevo all’Ottocento, ha pubblicato numerosi saggi, tra cui: Il Regno di Napoli nel primo periodo borbonico (2005).

sabato 5 gennaio 2019

Grand Tour d'Italia a piccoli passi

Grand Tour d'Italia a piccoli passi
di Philippe Daverio
pp. 415, € 32,00
Rizzoli, 2018
ISBN: 8891819700

Philippe Daverio ci fa da cicerone attraverso le bellezze del nostro Paese, in una sorta di "visita guidata" di quel museo diffuso che è l'Italia: chiese, monumenti, gallerie e opere d'arte. I luoghi - noti, meno noti o decisamente insoliti - sono scelti e raccontati in maniera non sistematica, in base ai viaggi e agli interessi che l'autore ha coltivato negli anni. Un volume che supera il meccanismo della guida turistica e si propone come un itinerario suggestivo e visionario, un viaggio "lento" alla scoperta di volta in volta di un aspetto storico o artistico che racconta un pezzo della storia culturale del nostro Paese.

mercoledì 5 dicembre 2018

Collalto. Storia di un casato millenario

Collalto
Storia di un casato millenario
di Pierandrea Moro
pp. 200, € 26,00 (Acquista online con il 15% di sconto)
Viella, 2018
ISBN: 9788833131115

Nell’ottobre del 958 Berengario II d’Ivrea, re d’Italia, concedeva a un eminente personaggio dell’area trevigiana di nome Rambaldo la corte pubblica di Lovadina, sulla riva destra del fiume Piave. Si trattava del capostipite della famiglia dei conti di Treviso, più tardi noti come Collalto, che diverranno tra i maggiori protagonisti delle vicende storiche di questo territorio lungo tutti i secoli successivi.
Con la fondazione, e la sua costante cura, dell’abbazia di Sant’Eustachio a Nervesa (1062) e l’edificazione dei castelli di Collalto (1110) e di San Salvatore (1245), a presidio del medio Piave, il casato seppe costruire e difendere nel tempo un organismo territoriale, di stretta emanazione imperiale, sul genere di quello dei piccoli stati padani dei Correggio, dei Pico della Mirandola, dei Gonzaga o dei Guastalla con cui i Collalto intrecciarono assai spesso gli interessi famigliari grazie ad accorti matrimoni.
Patrizi veneti dal 1306, titolari di una splendida corte rinascimentale, avveduti politici tra Quattro e Cinquecento tra Impero e Repubblica di Venezia, valenti uomini d’arme, i Collalto, dopo aver aperto un secondo ramo in Moravia nei domini asburgici, nella prima metà del Seicento, e quindi nominati principi dell’Impero nel 1822, mantennero sempre una sostanziale coesione famigliare che ne ha consentito lo straordinario percorso millenario fino ai nostri giorni.
Pierandrea Moro è laureato in storia medievale all’Università Ca’Foscari di Venezia. Tra le sue pubblicazioni: Riccardo Cuor di Leone (Teramo 1994), «Quam horrida pugna». Elementi per uno studio della guerra nell’alto medioevo italiano (Venezia 1995); Venezia. Itinerari per la storia della città, con S.Gasparri e G.Levi (Bologna 1997).

sabato 24 novembre 2018

La falsa inimicizia

La falsa inimicizia
Guelfi e ghibellini nell'Italia del Duecento
di Paolo Grillo
pp. 168, € 14,00
Salerno Editrice, 2018
ISBN: 978-88-6973-345-1

La narrazione dell’esilio di Dante, i neoguelfi e i neoghibellini risorgimentali, le polemiche attuali sulla faziosità come carattere distintivo e immutabile degli italiani sono solo alcuni esempi di come la memoria delle lotte fra guelfi e ghibellini ha condizionato attraverso i secoli la nostra cultura, fino a ridursi ad un luogo comune, privo di qualsiasi aggancio alla realtà storica del tempo.
Con questa espressione, infatti, si indica oggi una contrapposizione cieca e ideologica fra due parti animate da odio reciproco e fra le quali ogni dialogo è impossibile. Il quadro dell’Italia duecentesca, invece era molto più complesso. Questo libro mostra che guelfismo e ghibellinismo furono fattori di divisione interna, ma anche di coordinazione esterna: l’adesione alle parti creò infatti per la prima volta legami politici di dimensione peninsulare, superando la divisione fra il centro-nord comunale e il Regno di Sicilia nel meridione. Ancora, constateremo che la contrapposizione tra le due parti era tutt’altro che ideologica e aprioristica.
Nel periodo qui preso in considerazione, l’appartenenza ai due schieramenti non prevaleva quasi mai sui reali interessi locali: guelfi e ghibellini si potevano alleare fra loro contro altri guelfi e altri ghibellini, vi erano guelfi bianchi contro guelfi neri, ma anche ghibellini contro altri ghibellini, vi erano molti cittadini che restavano fuori dalle logiche di parte e premevano per la conciliazione, vi erano – e pochi se ne stupivano – papi ghibellini e imperatori guelfi.
Paolo Grillo è professore di Storia Medievale presso l’Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni piú recenti: Legnano 1176. Una battaglia per la libertà (Roma-Bari 2010), Milano guelfa (1302-1310) (Roma 2013), e Le guerre del Barbarossa.

martedì 20 novembre 2018

Condottieri di Romagna 1

Condottieri di Romagna 1
Il Duecento e il Trecento
di Sergio Spada
pp. 184, € 15,00
Il Ponte Vecchio, 2018
ISBN: 8865417692

Il fenomeno delle condotte e delle compagnie di ventura incise profondamente sulle vicende politiche, sociali, economiche del secondo Medioevo e della prima età moderna. La storiografia si è trovata spesso divisa sulla valutazione di questo fenomeno, partendo dalle riflessioni decisamente negative di personalità dell'epoca come il Machiavelli o il Guicciardini, dalle fascinose per quanto dettagliate ricostruzioni biografiche della prima metà di un Ottocento romantico e risorgimentale, fino all'interpretazione strumentale operata con gli accenti propri della retorica di regime nel periodo fascista. In questi ultimi decenni studiosi come Larner, Mallet o Cardini hanno suggerito una lettura più asciutta e realistica del ruolo che i venturieri ricoprirono nella storia d'Italia. La Romagna fu una fucina di condottieri e di mercenari come i temuti e ricercati "brisighelli", ma fu anche teatro del passaggio e delle imprese di quasi tutte le grandi compagnie che percorsero l'Italia. Queste pagine vogliono delineare i ritratti dei romagnoli che al mestiere delle armi dedicarono tutta la loro vita, nel bene e nel male, senza cedere alle lusinghe delle corti o al gusto del potere.

lunedì 17 settembre 2018

I cognomi degli italiani
Una storia lunga 1000 anni
di Roberto Bizzocchi
pp. 256, € 12,00
Laterza, 2018
ISBN: 9788858132869

Nel corso del tempo gli Italiani si sono chiamati fra loro in tanti modi, e quello che noi chiamiamo cognome si è sviluppato molto lentamente, come risultato dell’interazione di vari fattori: la coscienza di sé degli individui e delle famiglie (a cominciare da quelle nobili), la necessità di distinguersi e riconoscersi all’interno delle comunità di appartenenza, la spinta proveniente dalla Chiesa e dagli Stati verso la regolamentazione dell’identità onomastica di ognuno... È una storia non del tutto finita e che non finirà mai. Tutti hanno un cognome: oggi è un fatto così scontato che lo si potrebbe quasi considerare naturale. In realtà si tratta dell’esito di una lunga storia.
Roberto Bizzocchi, professore dell’Università di Pisa, si è occupato di vari temi di storia politico-culturale e sociale dell’età moderna. È autore, tra l’altro, di Chiesa e potere nella Toscana del Quattrocento (Bologna 1987) e Genealogie incredibili. Scritti di storia nell’Europa moderna (Bologna 1995, traduzione francese Parigi 2010).

giovedì 10 maggio 2018

Posse civitatis. Asti e il suo territorio tra XI e XIII secolo

Posse civitatis. Asti e il suo territorio tra XI e XIII secolo
di Ezio Claudio Pia
pp. X-110, € 15,00
Edizioni dell'Orso, 2018
ISBN: 978-88-6274-836-0

La costruzione politica del territorio astigiano – il posse civitatis secondo la definizione dei libri iurium comunali – restituisce la progettualità di lunga durata di una classe dirigente urbana che nella strutturazione di un contado dipendente proietta la peculiare centralità di Asti rispetto a snodi di comunicazione di valenza sovraregionale tra litorale ligure, area alpina e Pianura padana. Si delinea un processo – articolatosi tra XI e XIII secolo – nel quale convivono una solida visione d’insieme e una strutturale duttilità nei modi di raccordo, basata sulla sperimentazione di forme giuridico-documentarie adeguate alla concretezza sempre variabile delle relazioni politiche. A differenza di altri comuni, infatti, Asti non cerca di imporre un modello unico di sottomissione a soggetti differenti, ma elabora un sistema flessibile di connessioni con singoli signori e comunità. L’esito è costituito dallo strutturarsi di un organismo territoriale complesso, gravitante su Asti, in grado di controllare l’area subalpina centro meridionale e destinato a mantenere persistente vitalità anche dopo la fine dell’epoca comunale.
Ezio Claudio Pia, allievo di Renato Bordone, è dottore di ricerca in storia medievale e si occupa di storia politica ed economica a partire dall’età comunale. Fa parte del Centro di Ricerca sulle Istituzioni e le Società Medievali e del Centro Studi di Onomastica Piemontese dell’Università degli Studi di Torino. È socio dell’Accademia di Agricoltura di Torino. Tra i suoi lavori: la curatela di Credito e cittadinanza nell’Europa mediterranea dal medioevo all’età moderna (Asti, Centro studi “Renato Bordone”, 2014) e le monografie La giustizia del vescovo: società, economia e Chiesa cittadina ad Asti tra XIII e XIV secolo (Roma, Viella, 2014, Premio Alfonso Carbone della Deputazione subalpina di Storia patria) e, nella collana “Il Medioevo nelle città italiane”, Asti (Spoleto, Centro italiano di studi sull’Alto medioevo, 2017).

venerdì 4 maggio 2018

Popolo e bene comune in Italia fra XIII e XIV secolo

Popolo e bene comune in Italia fra XIII e XIV secolo
di E. Igor Mineo
€ 20,00
Viella, 2018
ISBN: 9788833130118

Cos’è il «popolo» in una qualunque città dell’Italia comunale tra XIII e XIV secolo? Un segmento della società, un insieme di associazioni federate, un’istituzione o un complesso di istituzioni? In genere tutte queste cose insieme, ma anche, spesso, la memoria tormentata e confusa di una dimensione unitaria che era andata in pezzi nel corso del XIII secolo, e che, anch’essa, poteva essere detta «popolo». Alla fine del Duecento, nel pieno dell’affermazione della parte «popolare» in alcune città importanti, uno spazio tanto semantico quanto sociale si è definitivamente scomposto, rivelando una nuova pluralità di significati di «popolo», anche in contraddizione fra loro, mentre altri riferimenti alla totalità politica prendono forma, e in particolare una nuova nozione di «bene comune». Proveniente direttamente dal lessico teologico e intensamente evocativo di un’armonia politica contraddetta quotidianamente dall’esperienza del conflitto fra fazioni, e fra milites/magnati e popolo organizzato, il «bene comune» si mostra per quel che è: metafora idealizzata e sfuggente della comunità lacerata, e insieme il suo orizzonte utopico. Scritture assai eterogenee (di tipo teorico-dottrinario, narrativo, pragmatico) ne lasciano emergere il nuovo profilo, rimodulando nel contempo quello di «popolo», ben più carico di richiami e di passato.
E. Igor Mineo insegna Storia medievale nell’Università di Palermo. Si è occupato di storia sociale nell’Italia del basso medioevo e in particolare di dinamiche istituzionali e di comunità urbane; di gruppi sociali e di aristocrazie (Nobiltà di Stato. Famiglie e identità aristocratiche nel tardo medioevo. La Sicilia, Donzelli, Roma 2001).

domenica 18 marzo 2018

Il ducato di Savoia

Il ducato di Savoia
Amministrazione e corte di uno stato franco-italiano
di Alessandro Barbero
pp. 366, € 20,00
Laterza, 2018
ISBN: 9788858131565
 
L’amministrazione sabauda è all’origine di quella dell’Italia unita. Ma come nacque, nel tardo Medioevo, quell’apparato amministrativo? Il ducato di Savoia era una realtà multiforme e contraddittoria, composta da un versante francese e uno italiano, profondamente diversi per lingua e cultura: un vero laboratorio per quello sforzo di innovazione che caratterizza la storia europea del Quattro e Cinquecento.
Alessandro Barbero insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, sede di Vercelli. Con Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo ha vinto il Premio Strega 1996.

domenica 11 marzo 2018

Aleramici in Sicilia

Aleramici in Sicilia
a cura di Roberto Maestri
pp. 100, € 12,00
“I Marchesi del Monferrato”, 2018
ISBN: 978–88–97103–10–3
Il Volume è disponibile esclusivamente richiedendolo all’Editore:
Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato” e-mail: info@marchesimonferrato.com

Questo studio racconta la storia di una “emigrazione dimenticata”; un esodo “al contrario” rispetto a quelli che hanno caratterizzato la storia, non solo italiana: un’emigrazione dal Nord al Sud.
Ricostruire vicende accadute oltre 900 anni fa non è un compito agevole: la documentazione in area piemontese e ligure è quasi inesistente; mentre quella in ambito siciliano non è sempre attendibile.
Risulta inoltre particolarmente difficoltosa la ricostruzione della genealogia di alcune delle famiglie Aleramiche trasferitesi in Sicilia; in particolare quella dei Lancia che ebbe in Bianca (figura approfondita in passato attraverso gli studi promossi dal compianto Renato Bordone) e in Galvano, i personaggi più influenti di un casato ancora ben radicato nell’isola.
La migrazione degli Aleramici e dei Lombardi in Sicilia proseguì – in modo consistente – almeno fino al Trecento, in un’epoca che vide la Sicilia interessata dalla dominazione di diverse dinastie: Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi. Si trattò di una migrazione “pacifica” che interessò, principalmente: nobili in cerca di affermazione, commercianti, allevatori, contadini (di particolare interesse la presenza di vignaioli) e, ovviamente, avventurieri.
La consistente presenza Aleramica nell’isola ha prodotto una contaminazione anche in ambito linguistico, ancora presente ai nostri giorni: la lingua Gallo-italica.
Riscoprire la Storia non vuol dire limitarsi all’analisi dei documenti, ma significa creare le premesse per nuove ed importanti opportunità: in ambito turistico attraverso la creazione di percorsi utili alla valorizzazione dei luoghi siciliani, liguri e piemontesi in cui vissero gli Aleramici; ed in ambito enogastronomico tramite i prodotti che si affermarono in epoca medievale e che ancora oggi rappresentano delle eccellenze per i rispettivi territori.
Questo libro intende anche promuovere il progetto Aleramici in Sicilia, avviato nel 2017 dal Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato” – sostenuto dalle regioni Piemonte, Sicilia e Liguria – fortemente voluto da Fabrizio Di Salvo e dall’Autore. Il progetto intende creare un contenitore che permetta a territori, che oggi si presentano profondamente diversi, di ritrovarsi in un programma di respiro internazionale, nel rispetto delle tradizioni di una Sicilia che, in epoca medievale, rappresentò un vero “laboratorio” di accoglienza.
Desideriamo dedicare questo libro alla persona che per prima ha colto le potenzialità di una riscoperta dei rapporti tra l’area piemontese e ligure con la Sicilia: l’indimenticato Raoul Molinari – fondatore dell’Accademia Aleramica – che, dal 2006, promosse una serie d’iniziative in ambito convegnistico, turistico e che, per primo, tornò nell’isola per ripercorrere un “viaggio nella memoria”; il progetto Aleramici in Sicilia rappresenta il frutto dell’impegno di Raoul, interrotto nel dicembre 2009 a seguito della sua dolorosa scomparsa.
Numerosi sono gli studiosi che collaborano al progetto ed hanno contribuito anche alla stesura di questo lavoro; desidero citarle in ordine rigorosamente alfabetico: Francesco Barone, Ezio Barbieri, Henri Bresc, Alessandro Carassale, Diego Ciccarelli, Marco Devecchi, Nadia Ghizzi, Maurizio Alberto Carlo Gorra, Walter Haberstumpf, Salvatore Mangione, Vincenzo Moretti, Antonio Mursia, Riccardo Musso, Francesco Scalfari, Francesco Paolo Tocco.

giovedì 8 marzo 2018

Violenza alle donne

Violenza alle donne
Una prospettiva medievale
a cura di Anna Esposito, Franco Franceschi, Gabriella Piccinni
pp. 376, € 29,00
Il Mulino, 2018
ISBN: 978-88-15-27438-0

Le forme di violenza esercitate nel Medioevo contro le donne compongono un catalogo impressionante: percosse in nome del diritto del marito a «correggere» la moglie, del padre a costringere e punire la figlia, del padrone a battere la serva; ingiurie connesse al comportamento femminile; stupri, segregazioni, omicidi in nome dell’onore tradito; spoliazione di beni, a partire dalle eredità e dalle doti; matrimoni e monacazioni forzate; manipolazione delle coscienze e violenze inquisitoriali; maltrattamenti, prevaricazione e discriminazione nel mondo del lavoro. Concentrandosi soprattutto sul basso Medioevo italiano, il volume racconta come si vennero codificando i comportamenti violenti contro le donne, senza peraltro tralasciare i casi di violenza di donne contro altre donne o la loro risposta violenta nei confronti di chi le minacciava e aggrediva.
Anna Esposito insegna Storia medievale nella Sapienza - Università di Roma. Ha tra l’altro curato per le edizioni Roma nel Rinascimento «Donne del rinascimento a Roma e dintorni» (2013) e «Lucrezia e le altre: la vita difficile delle donne. Roma e Lazio, secc. XV-XVI» (2015).
Franco Franceschi insegna Storia medievale all’Università di Siena. Tra i suoi libri: «Le città italiane nel Medioevo» (con I. Taddei, Il Mulino, 2012) e «Storia del lavoro in Italia. Il Medioevo» (a cura di; Castelvecchi, 2017).
Gabriella Piccinni insegna Storia medievale all’Università di Siena. Tra i suoi libri: «Il banco dell’ospedale di Santa Maria della Scala e il mercato del denaro nella Siena del Trecento» (Pacini, 2012).